Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorarne l'esperienza di navigazione e consentire a chi naviga di usufruire dei nostri servizi online. Se prosegui nella navigazione acconsenti all'utilizzo dei cookie.

Il rilassamento integrato: una tecnica per i disturbi d'ansia

Articolo pubblicato su Quaderni di Psicoterapia Comparata, nr. 6/2017 (luglio 2017)

 

1. Introduzione

 

Intorno agli anni trenta il medico J.H. Schultz compiva esperimenti con l’utilizzo di tecniche ipnotiche che permettessero al soggetto di parlare ed esprimersi liberamente durante l’intera sessione ipnotica. Sebbene dall’analisi dei verbali di centinaia di casi sia clinicamente sani che portatori di patologia emergessero sostanziali differenze, l’aspetto più interessante risultò la presenza di alcuni elementi comuni in praticamente tutti i casi, ovvero le sensazioni percepite di calore e pesantezza a carico degli arti, il rallentamento del battito cardiaco e della frequenza respiratoria, la sensazione di caldo a livello addominale e di fresco in corrispondenza della fronte quando venivano suggerite sensazioni generali di rilassamento.

Da tali considerazioni Schultz trasse l’ipotesi che potesse realizzarsi anche il fenomeno opposto, ovvero che inducendo le sensazioni sopra descritte la persona potesse raggiungere uno stato di distensione e tranquillità. Il passo successivo fu quello di ideare un metodo con il quale allenare (training) il soggetto a procurarsi tali sensazioni e da ripetere con esercizi di complessità progressiva durante tutta la settimana e senza la presenza del conduttore (autogeno). Tale lavoro venne definitivamente sistematizzato con l’uscita dell’opera Das autogene Training (Schultz, 1932).

A partire da tale storica pubblicazione il training autogeno è divenuto pratica studiatissima e sempre più applicata nella pratica clinica, soprattutto per affrontare problematiche quali stress, ansia, irritabilità, problemi di concentrazione e molto altro ancora.

A differenza delle tecniche di tipo ipnotiche, dove tra ipnotista e ipnotizzato si crea una relazione di tipo esclusivo in un rapporto diadico e tutta l’attenzione dell’ipnotizzato è focalizzata sull’ipnotista, nel training autogeno il rapporto con il trainer è limitato nel tempo ed è finalizzato all’insegnamento di una tecnica che dovrà essere appresa e poi riprodotta senza la presenza del trainer.

Successivamente al training autogeno sono state ideate altre tecniche di rilassamento che spesso prendono spunto da questo e ne modificano alcuni se non molti aspetti, ponendosi a volte obiettivi più specifici; tra le più famose citiamo il rilassamento progressivo di Jacobson (1938) molto utilizzato nell’ambito della preparazione sportiva di tipo agonistico ed il training autogeno respiratorio di Piscicelli (1982) nato per la piscoprofilassi ostetrica e successivamente impiegato anche in altri ambiti.

Prendendo spunto dalla quotidiana pratica clinica e dai limiti spesso riscontrati nelle tecniche sopra citate, presentiamo una nuova tecnica di rilassamento che permette di integrare alcuni degli aspetti più importanti presenti nelle tecniche più note, dando risalto in particolare ai fattori comuni tra queste e tentando di superare allo stesso tempo le limitazioni incontrate dall’utilizzo delle singole tecniche. In questa sede verrà descritta tale tecnica mediante la presentazione di un particolare utilizzo e successivamente all’esposizione delle tecniche storiche dalla quale nasce come integrazione.

 

 

2. Il rapporto psiche-soma

 

L’utilizzo di tecniche quali quella descritta implica riflettere sul rapporto tra psiche e soma con particolare attenzione alle correlazioni in presenza di ansia e stress. Con l’avanzare degli studi in campo psicosomatico si è sempre più delineato un rapporto di reciproca influenza tra psiche e soma che, sebbene caratterizzante ampia parte della letteratura del secolo scorso, soltanto con l’affinarsi delle tecniche diagnostiche ha trovato i primi riscontri empirici. La ricerca scientifica dimostra che gran parte degli eventi esterni può influenzare il funzionamento dell’organismo contribuendo a stati di benessere o di malessere.

Attraverso il meccanismo dello stress alcuni cambiamenti fisiologici di elevata entità influenzano negativamente la salute sia fisica che psichica (Selye, 1936). Le risposte a stati di stress sembrano trovarsi alla base di svariati disturbi somatici esplicantesi attraverso un meccanismo eziologico includente in particolare l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene e il sistema adrenosimpatico (Goldfien & Ganong, 1962).

In particolare, è noto che situazioni stressanti o emotivamente salienti possono influire sulla regolazione della risposta cardiocircolatoria attraverso un meccanismo che coinvolge l’attività dei centri ipotalamici anche mediante la modulazione da parte di processi situati a livello corticale. La risposta disadattiva e cronicizzata a stress prolungati può essere causa predisponente o scatenante problemi di varia natura causati da una serie di meccanismi fisiologici capaci di contribuire ad esempio a sviluppare e accelerare l’arteriosclerosi coronarica. Tale processo arteriosclerotico determina una compromissione del flusso di sangue che, se prolungato nel tempo, può dare luogo a insufficiente apporto di ossigeno alle cellule cardiache e ad un conseguente danno funzionale di tale organo, comunemente detto infarto del miocardio.

Alla base di tale meccanismo vi è l’iperincrezione di catecolamine e cortisolo (Puglisi Allegra & Cabib, 1991; Selye, 1970) che, attraverso meccanismi coinvolgenti lipidi e meccanismi di insudazione lipidica nelle pareti vasali, portano alla proliferazione di fibre muscolari lisce e ad un’iperaggregazione piastrinica diretta o indiretta compromettente tra le varie cose la circolazione coronarica (Timio, 1980).

Oltre a questo particolare esempio, stati prolungati di stress ed ansia in generale portano a svariate modificazioni fisiologiche che possono nel tempo cronicizzarsi e formare così un legame mente-corpo che deve modificarsi nel corso di una terapia psicologica di qualsiasi approccio.

 

 

3. Il Training Autogeno di Schultz

 

 Il Training Autogeno di Schultz è composto da esercizi inferiori (Training Autogeno di base) ed esercizi superiori (Training Autogeno avanzato).

Gli esercizi inferiori del Training Autogeno, propedeutici per gli esercizi superiori, vengono appresi mediante 10 incontri a cadenza settiamanale. Il primo incontro viene dedicato all’anamnesi e alla presentazione delle tecnica; durante ogni incontro successivo vengono ripetuti gli esercizi precedenti e viene insegnato il nuovo esercizio. Nel primo incontro successivo alla seduta anamnestica verrà insegnato il primo esercizio, nel successivo incontro verranno proposti il primo e il secondo esercizio, nel quarto incontro il soggetto eseguirà il primo, il secondo ed il terzo esercizio, e così via. Alla fine di ogni serie di esercizi il soggetto dovrà compiere la “ripresa”, ovvero una serie di brevi esercizi aventi lo scopo di rinormalizzare la pressione arteriosa che solitamente si abbassa notevolmente durante gli esercizi e riattivare tutti i muscoli; l’esercizio della ripresa è molto importante in quanto terminare gli esercizi di traning autogeno senza di questa può condurre a notevoli problemi transitori quali sensazioni di giramento di testa e difficoltà a mantenere l’equilibrio. Tutti gli esercizi fino a quello appreso devono essere ripetuti in maniera autonoma dal soggetto durante la settimana, con una frequenza consigliata di 2-3 volte al giorno. La regolarità e la costanza delle esercitazioni sono fattori molto importanti per il buon apprendimento della tecnica. Gli ultimi due incontri possono essere utilizzati per ripassare tutti gli esercizi e per la discussione sulla tecnica appresa.

Riportiamo di seguito un esempio di formule che potranno essere insegnate ad un soggetto durante un corso di training autogeno di base; naturalmente si tratta di una descrizione sommaria che deve essere adeguatamente presentata ed adattata al soggetto in corso di apprendimento e, in particolare, tale esempio è già un’integrazione della tecnica ortodossa con alcuni spunti derivanti da approcci più attuali:

 

Primo esercizio – Il rilassamento frazionato

 

  • Sono calmo e rilassato
  • I miei muscoli si stanno rilassando
  • Si rilassano i muscoli dei piedi e delle dita
  • Si rilassano i polpacci e le cosce, i muscoli del bacino e dei fianchi
  • Anche la colonna vertebrale si sta rilassando e con essa tutta la schiena
  • Sono rilassati i muscoli delle mani e delle dita; i muscoli delle avambraccia e delle braccia
  • Sono rilassati i muscoli delle spalle, del collo e del viso. I muscoli della fronte, degli occhi, delle guance e della bocca.
  • Ora tutto il mio corpo è profondamente rilassato e io sono perfettamente calmo e rilassato.

 

 

Secondo esercizio – La pesantezza

 

  • Sono calmo e rilassato.
  • Ora porto l’attenzione sulla mia mano destra che è pesante.
  • Ora il senso di pesantezza lo avverto dal polso al gomito, fino alla spalla. Il mio braccio destro è pesante (idem per il braccio sx).
  • Ora porto l’attenzione sul mio piede destro, che è pesante.
  • Ora questo senso di pesantezza lo avverto anche nella gamba destra, dalla caviglia al polpaccio, fino alla coscia (idem per la gamba sx).
  • Le mie gambe e le mie braccia sono pesanti, e io sono perfettamente calmo e rilassato.
  • Ora porto l’attenzione sul mio bacino, che è pesante, così come tutti i muscoli e gli organi interni, così come tutta la schiena e il tronco.
  • Ora sento pesanti il collo, la nuca, la testa. Tutto il mio corpo è pesante e io sono calmo e rilassato.

 

 

Terzo esercizio – Il calore

 

  • La mia mano destra (sinistra) è piacevolmente calda.
  • Ora questa sensazione di calore sale lungo il braccio destro (sinistro), dal polso fino all’avambraccio, al gomito, alla spalla.
  • Il mio braccio destro (sinistro) è caldo.
  • Ora porto l’attenzione sul mio piede destro (sinistro) che è caldo. Questa sensazione di calore sale dalla caviglia al polpaccio, al ginocchio, alla coscia. La mia gamba destra (sinistra) è piacevolmente calda ed io sono completamente calmo e rilassato.
  • Ora porto l’attenzione sul bacino: i muscoli e gli organi interni sono caldi, e caldi sono il ventre, i muscoli pettorali, le spalle, la schiena. Tutto il mio tronco è caldo ed io mi sento perfettamente calmo e rilassato.
  • Ora sento il calore anche nei muscoli del collo, nella nuca, nella testa. Tutto il mio corpo è piacevolmente caldo e io sono completamente rilassato.

 

 

Esercizi Complementari

 

Quarto esercizio – Il cuore

 

  • Il mio cuore è forte, calmo e tranquillo

 

 

Quinto esercizio – Il respiro

 

  • Il mio respiro è calmo e regolare

 

 

Sesto esercizio – Il plesso solare

 

  • Il mio plesso solare è caldo

 

 

Settimo esercizio – La fronte fresca

 

  • La mia fronte è fresca

 

 

La ripresa

 

  • Le braccia sono salde
  • Le gambe sono salde
  • Inspira profondamente
  • Apri gli occhi

 

 

 

4. Il Rilassamento progressivo di Jacobson

  

Partendo dal presupposto che stati di tensione portino alla contrazione di alcuni muscoli, Jacobson (1938) ipotizzò che autoinducendo meccanicamente un rilassamento di tipo muscolare potessero migliorare gli stati di sofferenza psicologica che avevano condotto a tale tensione fisica.

Tale processo “dalla risoluzione dell’effetto alla risoluzione della causa” rispecchia quanto è alla base della nascita del training autogeno di Schultz, dove vengono indotte le sensazioni normalmente provate mentre al soggetto in stato ipnotico viene suggerito uno stato di calma e rilassamento.

Il rilassamento progressivo di Jacobson è comunemente ritenuto molto più semplice per l’apprendimento e l’utilizzo rispetto al training autogeno di Schultz; viene utilizzato spesso in campo agonistico oltre che nei disturbi d’ansia di vario genere e in particolare per i disturbi da conversione psicosomatica.

Il rilassamento progressivo di Jacobson si pone l’obiettivo di migliorare la consapevolezza propriocettiva del corpo agendo sulle varie parti mediante esercizi fisici di tensione e successivo rilassamento muscolare; l’ipotesi che si pone alla base di questo è quella secondo la quale tendere al massimo un muscolo e immediatamente rilassarlo permette di prendere coscienza delle tensioni causate dall’ansia  e dagli stati di stress prolungati di cui normalmente non si è coscienti.

Relativamente all’impiego nel campo dello sport, il rilassamento progressivo è utile per affrontare al meglio la tensione pre-agonistica favorendo al contempo il sonno e il rilassamento fisico generale; risulta più indicato del training autogeno di Schultz soprattutto per gli sport dove sono richieste caratteristiche legate alla velocità di azione/reazione e alla precisione e dove uno stato di rilassamento quale quello indotto dal training autogeno classico rischia all’opposto di penalizzare l’atleta. Esempi di tali sport sono le arti marziali e altri sport da combattimento quali il pugilato.

Un esempio di sessione di rilassamento progressivo di Jacobson può essere la seguente:

 

  • Premi a terra con il piede sinistro (destro) per 3-4 secondi
  • Rilassa il piede e cerca di percepire la differenza tra tensione e rilassamento
  • Ripeti l’esercizio del piede (per 2-3 volte)

 

  • Fletti il piede e le dita del piede sinistro (destro) verso l’alto
  • Rilassa il piede e le dita e cerca di percepire la differenza tra tensione e rilassamento
  • Ripeti l’esercizio del piede e delle dita del piede (per 2-3 volte)
  • Tendi il polpaccio sinistro (destro) per 3-4 secondi e poi rilassalo (2-3 volte)

 

  • Stendi la gamba sinistra (destra) e sollevala lentamente verso l’altro
  • Mantieni la gamba nella posizione per 3-4 secondi
  • Rilassa la gamba e cerca di percepire la differenza tra tensione e rilassamento
  • Ripeti l’esercizio della gamba (per 2-3 volte)

 

  • Contrai glutei e bacino insieme
  • Mantieni la posizione per 3-4 secondi
  • Rilassa glutei e bacino e cerca di percepire la differenza tra tensione e rilassamento
  • Ripeti l’esercizio per 2-3 volte

 

  • Mantenendo il braccio poggiato sulla gamba o sulla sedia, premi con la mano sinistra (destra) verso il basso per 3-4 secondi
  • Rilassa la mano e cerca di percepire la differenza tra tensione e rilassamento
  • Ripeti l’esercizio della mano (per 2-3 volte)

 

  • Spingi le nocche della mano sinistra (destra) contro la spalla relativa
  • Rilassa il braccio e cerca di percepire la differenza tra tensione e rilassamento
  • Ripeti l’esercizio (per 2-3 volte)

 

  • Stringi la mano sinistra (destra) a pugno e mantieni la posizione per 3-4 secondi
  • Allarga al massimo le dita e cerca di percepire la differenza tra tensione e rilassamento
  • Ripeti l’esercizio della mano (per 2-3 volte)

 

  • Incava l’addome, porta i muscoli della pancia sotto la gabbia toracica
  • Mantieni la posizione per 3-4 secondi
  • Rilassa l’addome e cerca di percepire la differenza tra tensione e rilassamento
  • Ripeti l’esercizio (per 2-3 volte)

 

  • Fai un respiro profondo, gonfia il torace e trattieni il respiro per 3-4 secondi
  • Espira e cerca di percepire la differenza tra tensione e rilassamento
  • Ripeti l’esercizio (per 2-3 volte)

 

  • Spingi le spalle in avanti e mantieni la posizione per 3-4 secondi
  • Rilassa le spalle e cerca di percepire la differenza tra tensione e rilassamento
  • Ripeti l’esercizio (per 2-3 volte)

 

  • Spingi le spalle all’indietro e mantieni la posizione per 3-4 secondi
  • Rilassa le spalle e cerca di percepire la differenza tra tensione e rilassamento
  • Ripeti l’esercizio (per 2-3 volte)

 

  • Spingi il mento verso il petto e mantieni la posizione per 3-4 secondi
  • Rilassa la testa e cerca di percepire la differenza tra tensione e rilassamento
  • Ripeti l’esercizio (per 2-3 volte)

 

  • Spingi la testa all’indietro e mantieni la posizione per 3-4 secondi
  • Rilassa la testa e cerca di percepire la differenza tra tensione e rilassamento
  • Ripeti l’esercizio (per 2-3 volte)

 

  • Stringi i denti e stira le labbra come in un sorriso esagerato
  • Mantieni la posizione per 3-4 secondi
  • Rilassa la bocca e cerca di percepire la differenza tra tensione e rilassamento
  • Ripeti l’esercizio (per 2-3 volte)

 

  • Corruga la fronte e mantieni la posizione per 3-4 secondi
  • Rilassa la fronte e cerca di percepire la differenza tra tensione e rilassamento
  • Ripeti l’esercizio (per 2-3 volte)

 

  • Stringi gli occhi e mantieni la posizione per 3-4 secondi
  • Rilassa gli occhi e cerca di percepire la differenza tra tensione e rilassamento
  • Ripeti l’esercizio (per 2-3 volte)

 

 

 

 

 

5. Il Training Autogeno Respiratorio di Piscicelli

 

Il training autogeno respiratorio (R.A.T.) prende spunto dal training autogeno di Schultz come adattamento, modifica e completamento nel corso degli anni da parte di vari autori e, infine, rielaborato in versione definitiva da Piscicelli (1982). Il R.A.T. nasce come tecnica per le gestanti utile al fine di insegnare un approccio in grado di aiutare nella fase del parto ma viene successivamente impiegato con particolare successo anche nello sport per aumentare l’efficenza fisica e per facilitare il recupero post-agonistico e negli stati di benessere come psicoprofilassi. Considerata la particolare importanza data alla respirazione, il R.A.T. può essere generalmente impiegato con successo in tutti quei casi in cui sia necessario riflettere e imparare a gestire la propria respirazione quali ad esempio molti stati d’ansia.

Un corso completo di R.A.T. richiede 8 incontri da svilupparsi con cadenza settimanale. Trattandosi di una forma particolare di training autogeno, il soggetto dovrà allenarsi durante la settimana sull’esercizio effettuato con il trainer; a differenza del training autogeno di Schultz, ogni nuovo esercizio non si aggiunge a quelli precedenti ma va a sostituirli. Come nel training autogeno di Schultz ogni esercizio termina con la “ripresa” che in questo caso viene denominata “esercizio di uscita”. Prima di farlo eseguire ogni esercizio viene mostrato e spiegato.

Il settimo e l’ottavo esercizio vengono proposti soltanto alle gestanti, le quali continueranno ad allenarsi con gli esercizi dal quinto all’ottavo fino al parto.

I passi del R.A.T. possono essere così riassunti:

 

PRIMA PARTE – RILASSAMENTO CORPOREO

 

Primo esercizio - Rilassamento attivo e progressivo

 

  • Chiudere gli occhi
  • Porre l’attenzione su di sé
  • Si tendono le braccia in avanti e si flettono dorsalmente le mani
  • Si mantiene questa posizione per circa un minuto, dopodiché si riportano le mani in posizione di appoggio iniziale
  • Si praticano lunghe inspirazioni, alla fine delle quali si lascia cadere passivamente il torace in modo che l’espirazione risulti passiva (anche le spalle si sollevano e si abbassano con la respirazione). Si rilassano spalle e torace
  • Si eseguono lunghe inspirazioni ed espirazioni associando al respiro delle torsioni ampie del collo. Rilassamento della muscolatura del collo
  • Si contraggono volontariamente le palpebre, stringendole fra loro, per circa venti secondi, trascorsi i quali si rilassano nuovamente le palpebre
  • Rimanendo con gli occhi chiusi, si conta lentamente e mentalmente da uno a dieci facendo dei movimenti molto ampi con la bocca. Il Trainer conta ad alta voce.

 

 

Secondo esercizio – Immaginazione e visualizzazione del corpo

 

  • Chiudere gli occhi
  • Porre l’attenzione su di sé
  • Immaginare di:
    • Tendere le braccia in avanti e flettere dorsalmente le mani. Mantenere la posizione per circa un minuto, dopodiché riportare le mani in posizione di appoggio iniziale
    • Praticare lunghe inspirazioni, alla fine delle quali si lascia cadere passivamente il torace in modo che l’espirazione risulti passiva (anche le spalle si sollevano e si abbassano con la respirazione)
    • Eseguire lunghe inspirazioni ed espirazioni associando al respiro delle torsioni ampie del collo
    • Contrarre volontariamente le palpebre, stringendole fra loro, per circa venti secondi, trascorsi i quali si rilassano nuovamente le palpebre
    • Rimanendo con gli occhi chiusi, contare lentamente e mentalmente da uno a dieci immaginando dei movimenti molto ampi con la bocca. Il Trainer conta ad alta voce

 

 

Terzo esercizio – Immaginazione e immedesimazione frazionata

 

  • Chiudere gli occhi
  • Porre l’attenzione su di sé
  • Immaginarsi di vedere il proprio corpo dall’esterno e nella posizione in cui si trova in quel momento
  • Immergersi nel proprio corpo e se ne cercano le sensazioni interne. Si cercano sensazioni di peso, contatto, calore e si memorizzano
  • Spostare l’attenzione su una mano (sulle braccia, sulle gambe e sull’addome), cercando di coglierne gli aspetti più caratteristici, si immagina di osservarne il dorso, le dita e le vene che la solcano. Si procede quindi andando alla ricerca delle sensazioni interne della mano: il senso di peso, calore, contatto
  • Sull’addome in particolare si immagina di osservare le pareti esterne: si inizia dalla parete anteriore che si alza e abbassa ad ogni respiro; poi si passa alla posteriore che accenna a movimenti di estensione e contrazione ad ogni respiro; si procede con la parte alta dell’addome, il diaframma che si alza e si abbassa col respiro e infine il perineo
  • Si sposta l’attenzione sul collo, sui muscoli che dal collo si portano verso le spalle, in basso verso il dorso e sul volto. Si ripete il gioco dell’immaginare, sentendo sensazioni di peso, contatto, calore
  • Si termina l’esercizio con la formula «Il mio corpo è calmo e rilassato»

 

 

Quarto esercizio – Commutazione autogena

 

  • Chiudere gli occhi
  • Porre l’attenzione su di sé
  • Si dirige l’attenzione su vari segmenti del corpo rievocando anche le sensazioni provate nell’esercizio precedente. Si immaginano insieme le mani, ascoltando le sensazioni e via via tutte le altre parti del corpo
  • Si introduce la sensazione di pienezza: si segue l’aria che entra nei polmoni e che si distribuisce in tutto il corpo. Ci si immerge nel proprio corpo, sentito come uno spazio pieno

 

 

 

 

SECONDA PARTE – GESTIONE DI ELEMENTI DI DISTURBO

 

Quinto esercizio – Respiro autogeno

 

  • Chiudere gli occhi
  • Porre l’attenzione su di sé
  • Immergersi nelle sensazioni di peso, contatto e calore del proprio corpo e si inizia a far sentire nuovamente l’aria che entra attraverso il naso e riempie i polmoni, la pancia, e si dirige lungo le braccia e lungo le gambe
  • «Respirate e sentite il vostro respiro, ognuno con i suoi tempi»
  • «Tutto il corpo è attraversato dall’aria» , «Il corpo è uno spazio pieno», «Ad ogni respiro il corpo è calmo e rilassato»
  • «Ad ogni respiro i muscoli si distendono e si rilassano»
  • «Tutto il corpo respira: respira l’addome, il torace, il naso, la bocca, la pelle»
  • «Il respiro mi respira, il respiro se ne va da se» (da ripetere varie volte)

 

 

Sesto esercizio – Risposte paradossali e abitudine

 

  • Chiudere gli occhi
  • Porre l’attenzione su di sé
  • Immergersi nelle sensazioni di peso, contatto e calore del proprio corpo e si inizia a far sentire nuovamente l’aria che entra attraverso il naso e riempie i polmoni, la pancia, e si dirige lungo le braccia e lungo le gambe
  • «Respirate e sentite il vostro respiro, ognuno con i suoi tempi»
  • «Tutto il corpo è attraversato dall’aria» , «Il corpo è uno spazio pieno», «Ad ogni respiro il corpo è calmo e rilassato»
  • «Ad ogni respiro i muscoli si distendono e si rilassano»
  • «Tutto il corpo respira: respira l’addome, il torace, il naso, la bocca, la pelle»
  • «Il respiro mi respira, il respiro se ne va da se» (da ripetere varie volte)
  • [Il trainer introduce un elemento di disturbo: battito delle mani x svariate volte (circa 10) non prevedibili]

 

 

Settimo esercizio – Condizionamento semantico e abitudine alla contrazione uterina

 

  • Chiudere gli occhi
  • Porre l’attenzione su di sé
  • Immergersi nelle sensazioni di peso, contatto e calore del proprio corpo e si inizia a far sentire nuovamente l’aria che entra attraverso il naso e riempie i polmoni, la pancia, e si dirige lungo le braccia e lungo le gambe
  • «Respirate e sentite il vostro respiro, ognuno con i suoi tempi»
  • «Tutto il corpo è attraversato dall’aria» , «Il corpo è uno spazio pieno», «Ad ogni respiro il corpo è calmo e rilassato»
  • «Ad ogni respiro i muscoli si distendono e si rilassano»
  • «Tutto il corpo respira: respira l’addome, il torace, il naso, la bocca, la pelle»
  • «Il respiro mi respira, il respiro se ne va da se» (da ripetere varie volte)
  • «Sta per arrivare una contrazione: l’utero si contrae!» [Il trainer batte le mani. Frase + battito si ripetono per circa 50 secondi]

 

 

Ottavo esercizio – La spinta

 

Nel caso di gestanti, dopo il settimo esercizio si spiegano i movimenti, la posizione corretta e la teoria relativa alla fase della spinta volontaria, da attuare nel momento del parto.

 

  • Si respira più profondamente per sfruttare tutta l’ampiezza polmonare
  • Si trattiene il respiro e si porta il mento verso lo sterno (si comprime l’aria verso lo sterno) e ci si prepara a spingere sollevando lievemente le spalle. Quindi si butta fuori l’aria velocemente (a soffio di candela) quando sentiamo il bisogno e si riprende continuando a spingere. Spalle sollevate tipo “fare gli addominali”. Le mani andranno poi poste sui braccioli
  • Si smette di spingere alla fine della contrazione e ci si riposa prendendo aria e aiutandosi con l’esercizio del respiro autogeno. In questo modo, ad ogni pausa espulsiva, possono essere attivati il respiro autogeno e il rilassamento

 

 

6. Il Rilassamento Integrato

 

Negli ultimi tempi si assiste ad un aumento costante di disturbi d’ansia spesso con attacchi di panico associati. Sebbene le cause di ciò possano essere individuate a vari livelli, sicuramente ha un certo peso un sistema socio-culturale che considera positivamente valori quali attività, raggiungimento totale degli obiettivi prestabiliti, velocità ed operosità. Nel nostro ambiente di riferimento la passività viene disprezzata ed è l’uomo attivo ad essere considerato uomo di successo. Tale sistema comporta uno stato di attivazione continua che facilmente può condurre ad ansia, elevate aspettative e preoccupazioni di vario genere, ovverosia ad uno stato di tensione psicocorporea. A questo si può aggiungere la nostra cultura occidentale che pone da sempre scarsa attenzione verso la consapevolezza corporea e verso gli aspetti di propriocezione; a riprova di ciò, spesso le persone ansiose accusano sintomi quali dolori ai muscoli del collo e costrizione toracica, ovverosia segnali di uno stato continuo di tensione muscolare derivante dallo stress.

Il training autogeno di Schultz all’esaltazione del’attività contrappone un ideale di passività, opponendo ad una condizione di tensione una condizione di distensione attraverso la “contemplazione” degli eventi corporei e dei fenomeni psichici.

Il training autogeno di Schultz mostra spesso alcune importanti limitazioni nell’utilizzo con pazienti con caratteristiche di tipo ansioso, tra le quali difficoltà di concentrazione, paura di perdere il controllo e quindi impossibilità di rilassarsi a qualsiasi livello e difficoltà a restare fermi anche per tempi minimi. Allo stesso tempo con questa tipologia di pazienti una tecnica in grado di alleviare la sintomatologia sin dai primi incontri spesso si rivela essere alquanto utile, soprattutto se integrata con un trattamento psicoterapeutico che associ a tale approccio sintomatico una riflessione di tipo eziologico e sui fattori attuali scatenanti e mantenenti il disturbo.

Considerando che le tecniche di rilassamento sopra analizzate non sempre sono proponibili a pazienti spesso abituati a ritmi frenetici, a continui stati di ansia e spesso lamentanti accelerazione dell’ideazione, manifestanti il più delle volte elementi ipocondriaci o comunque fobie varie per ogni segnale scaturente dal proprio organismo, la nostra tecnica qua proposta permette di aggirare molti di questi ostacoli oltre a fornire un modello di integrazione degli elementi comuni e di quelli più importanti delle tecniche di base qua considerate. L’utilizzo dell’immaginazione guidata oltre che di elementi riscontrabili in alcune classiche induzioni ipnotiche permette inoltre di mantenere l’attenzione del paziente focalizzata sul compito con il minimo sforzo e bassa ansia derivante dal compito stesso. Seguendo gli esercizi classici sopra riportati può essere notata una discreta integrazione nel R.A.T. del training autogeno di Schultz con il rilassamento progressivo di Jacobson; la nostra proposta va oltre e, oltre a proporre un’integrazione diversa da questa, aggiunge altri elementi. Esplicitiamo di seguito il training autogeno comparato come da noi inteso attraverso un esempio pratico di applicazione in clinica, commentato passo per passo. L’esercizio di seguito proposto potrà essere rivisto ed adattato a seconda della diversa casistica per la quale verrà applicato, con l’accortezza di mantenere immutate le finalità esplicitate in base alle quali si può ritenere tale tecnica efficace. Tale tecnica può essere considerata sia come esercizi da fare con la conduzione di un professionista, sia come tecnica da apprendere all’interno di un percorso e riprodurre in maniera autogena, in quanto semplice e praticamente priva di controindicazioni.

 

 

6.1 L’esercizio

 

Si chiede al soggetto di trovare una posizione comoda, seduto o disteso secondo le proprie preferenze. Si chiede di mettere le mani sulle ginocchia – se è seduto – oppure lungo le gambe se è in posizione sdraiata. Si chiede di chiudere gli occhi e di restare in silenzio durante tutta la durata dell’esercizio, rassicurandolo che sarà sempre consapevole di quello che accade e che potrà comunque interrompere l’esercizio quando vuole nel caso in cui non voglia proseguire.

           

Tali indicazioni vengono mutate dal training autogeno classico. Viene aggiunto l’elemento di garanzia relativamente alla consapevolezza e alla possibilità di interrompere l’esercizio prima della fine nel caso in cui volesse. Questo introduce elementi tranquillizzanti molto utili per prevenire sintomi ansiosi che spesso rischiano in pazienti particolarmente sofferenti di non giungere alla fine dell’esercizio, con indici di drop-outparticolarmente significativi

 

Si inizia a parlare con voce calma, rilassata e sicura, dando del “tu” al paziente:

 

«Inizia adesso ad immaginarti, mantenendo gli occhi chiusi, la stanza nella quale sei; puoi pensare ad esempio se ci sono finestre e dove sono, dove sia la porta, se c’è una scrivania, se ci sono dei libri.

Puoi cercare di percepire tutti i suoni e tutti i rumori intorno a te, puoi sentire se c’è della musica o se c’è del silenzio, puoi concentrarti su tutto quello che ti circonda.

Puoi adesso anche iniziare a pensare alla poltrona sulla quale sei seduto, sentire se è comoda, se è scomoda, puoi cercare una posizione più comoda se quella di adesso non lo è. Puoi cercare di percepire come il tuo corpo sia posizionato su questa poltrona, cercare di sentire ogni punto di contatto del tuo corpo con la poltrona e con il pavimento sul quale posi i piedi»

           

Partendo dal contesto più allargato, ovvero dall’ambiente esterno e dai suoni e rumori, l’attenzione viene delicatamente orientata sempre più verso il soggetto, evitando l’approccio diretto sulla propriocezione del paziente che spesso si rivela troppo violenta soprattutto nei primi incontri. Inoltre, a differenza di altre forme di rilassamento, non viene chiesto di non considerare i rumori ed i suoni esterni ma piuttosto di porci attenzione, perché se si chiede ad un paziente di smettere di pensare al muro che ci sta difronte, lo farà quasi sicuramente fino alla fine della seduta. Chiedendo invece di prestare attenzione agli stimoli esterni, questi non arrecheranno disturbo. La richiesta di cercare una posizione comoda inoltre eviterà che il soggetto stia in una posizione scomoda e quindi non rilassante per paura di muoversi e quindi contravvenire alle indicazioni date; inoltre, il soggetto comunque potrà pensare che si trova in una posizione comoda, altrimenti avrebbe potuto cambiarla.

 

«Inizia a pensare a qualcosa di molto semplice, per esempio a dove si trovano adesso i tuoi piedi. E’ una cosa molto semplice, ma spesso ci dimentichiamo che abbiamo dei piedi e dove siano. Puoi iniziare concentrandoti sul tuo piede sinistro, sentire dove si trova, alzare verso l’alto la punta del piede sinistro mentre la pianta del piede rimane a terra per poi rilassarlo, sentire la scarpa che l’avvolge, il pavimento sul quale il tuo piede sinistro preme e premere sul pavimento e poi rilassare il piede per sentirlo meglio. Puoi provare anche a pensare a dove si trovi la tua caviglia sinistra, contrarre il polpaccio e poi rilassarlo, e su su, salendo, puoi pensare anche a dove si trovi il ginocchio sinistro e tutta la gamba sinistra, cercando di sentire anche dove la gamba tocca la poltrona e contrarre anche questo punto. E adesso possiamo spostare l’attenzione sul piede destro, sentire dove si trova, alzare verso l’alto la punta del piede destro mentre la pianta del piede rimane a terra per poi rilassarlo, sentire la scarpa che l’avvolge, il pavimento sul quale il tuo piede destro preme e premere sul pavimento e poi rilassare il piede per sentirlo meglio. Puoi provare anche a pensare a dove si trovi la tua caviglia destra, contrarre il polpaccio e poi rilassarlo, e su su, salendo, puoi pensare anche a dove si trovi il ginocchio destro e tutta la gamba destra, cercando di sentire anche dove la gamba tocca la poltrona e contrarre anche questo punto»

           

Questo passaggio introduce elementi distraenti ed ansiolitici – spesso ci dimentichiamo che abbiamo dei piedi e dove siano – oltre alla rassicurazione incastrata che l’esercizio sarà – molto semplice – . Il termine “percepire” viene sostituito dal termine “pensare” perché più semplice e meno rigido, ovvero permette al soggetto di crearsi una propria idea di cosa significhi “pensare” alle parti del suo corpo, soggetto che comunque presterà così attenzione verso la parte richiesta. L’uso del plurale, tipo “possiamo anche spostare l’attenzione” permette al paziente di non sentirsi solo nel compito e di percepire la vicinanza del terapeuta che sta compiendo insieme a lui l’esercizio. L’espressione “su su” e la particolare sonorità derivante, soprattutto se avvicinata ai termini “salire” e “salendo” viene utilizzata come collegamento e richiamo per tutto l’esercizio. Al training autogeno di Schultz vengono inseriti elementi del rilassamento progressivo di Jacobson che, oltre a facilitare la percezione delle parti del corpo soprattutto nelle prime volte, permettono di aumentare l’efficacia del rilassamento muscolare. Le tecniche del rilassamento progressivo di Jacobson vengono inserite in questa fase e non successivamente perché dopo si incontrano stadi di rilassamento più profondi dove non si può chiedere al soggetto di muovere le parti del proprio corpo.

 

«E adesso che hai sentito dove siano le gambe, possiamo fare la stessa cosa con le mani, partendo da quella sinistra. Puoi sentire dove sia, che sensazione ti dà la tua mano sinistra. Puoi sentire se è comoda, il tessuto che sta sotto la tua mano sinistra. Puoi chiudere la mano a pugno mettendoci tutta la forza che vuoi e poi rilassarla, concentrarti sulle dita, sul pollice, sull’inidice, sul medio, sull’anulare e sul mignolo. Puoi anche salire su su, e sentire dove si trova anche il palmo della mano, dove poggia, il polso, il braccio, il gomito, l’avambraccio, e su su fino alla spalla sinistra. E puoi adesso pensare anche a dove si trova l’altra mano, puoi sentire se è comoda, il tessuto che sta sotto la tua mano destra. Puoi chiudere la mano a pugno mettendoci tutta la forza che vuoi e poi rilassarla, concentrarti sulle dita, sul pollice, sull’inidice, sul medio, sull’anulare e sul mignolo. Puoi anche salire su su, e sentire dove si trova anche il palmo della mano, dove poggia, il polso, il braccio, il gomito, l’avambraccio, e su su fino alla spalla destra. Adesso sei riuscito a sentire dove si trovano le braccia e le gambe»

           

Quasi complimentandosi con il paziente per quello che è riuscito già a fare, ovvero “sentire” dove sono le gambe, si passa allo stesso modo alle mani, spesso più semplici da percepire grazie all’innumerevole presenza di recettori, rinforzando alla fine il compito nel quale è riuscito, ovvero la percezione delle braccia e delle gambe.

Questi passaggi sono sovrapponibili con il training autogeno di Schultz per quanto riguarda l’obiettivo della percezione corporea; si modificano nell’atteggiamento accogliente e rinforzante e nel linguaggio morbido e disponibile. Come per le gambe, anche in questo caso sono stati inseriti elementi ripresi dal rilassamento progressivo di Jacobson.

 

«Puoi anche iniziare a pensare ad una cosa molto importante, ovvero al tuo respiro. Puoi cercare di sentire come il tuo respiro da quando abbiamo iniziato l’esercizio sia diventato più calmo e più profondo»

 

A differenza del training autogeno di Schultz, viene posta nelle prime fasi l’attenzione sulla respirazione; questo perché la respirazione viene considerata elemento assai importante per il rilassamento e oltretutto concentrarsi sulla respirazione permette di avviarsi verso un rilassamento progressivamente sempre più marcato e quindi facilitante gli esercizi successivi. Proponendolo a questo punto, inoltre, il tema del respiro potrà essere ripreso più volte successivamente.

Inserire la respirazione a questo punto e con questi passaggi rappresenta un utilizzo particolare del R.A.T. e di uno degli aspetti più importante di questo, fondamentale per il rilassamento. Suggerire che il respiro sia gà diventato “più calmo e profondo” da quando l’esercizio è iniziato, oltre spesso a coincidere con la realtà osservabile, porta indirettamente il soggetto a rendere il respiro ancor più calmo e profondo. All’opposto, chiedere a soggetti con disturbi d’ansia di rendere più calmo il proprio respiro spesso conduce ad un effetto opposto, ovvero l’aumento della frequenza respiratoria. E’ buona prassi utilizzare i termini “calmo e profondo” ad esempio al posto di “lento” in quanto più rassicuranti.

 

«Puoi sentire l’aria che entra fresca dal naso, attraversa la gola, innonda i polmoni, qua si riscalda e piacevolmente riscaldata fuoriesce nuovamente dal naso. E poi di nuovo sentire l’aria che entra fresca dal naso, attraversa la gola, innonda i polmoni, qua si riscalda e piacevolmente riscaldata fuoriesce nuovamente dal naso. Sentire il tuo respiro che è diventato sempre più calmo e sicuro, mentre l’aria entra fresca dal naso, attraversa la gola, innonda i polmoni, qua cede ossigeno al corpo, si riscalda e piacevolmente riscaldata fuoriesce nuovamente dal naso, in un ciclo continuo, sempre più calmo, sempre più profondo»

 

Anche questa fase, mutata da altre tecniche di rilassamento, permette di concentrare l’attenzione del soggetto sulle prorpie sensazioni corporee limitando l’ansia derivante da una richiesta diretta. In questa fase più che in altre è fondamentale scandire le parole lentamente, così da indurre per riflesso un rallentamento del ritmo respiratorio che, di per sé, indurrà uno stato di rilassamento. Di nuovo l’uso del passato come elemento rassicurante qualcosa che non sarà difficile da ottenere in quanto è già accaduto: sentire il respiro che è diventato calmo e sicuro.

 

«Puoi provare a rendere il tuo respiro ancor più profondo, immagazzinare più aria che riesci, trattenere il fiato, contare lentamente fino a quattro, rilasciare l’aria lentamente e più che puoi, attendere un attimo sentendo la sensazione dei tuoi polmoni piacevolmente svuotati, contare qualche secondo e tornare nuovamente a fare un respiro ancor più profondo, immagazinare più aria che riesci, trattenere il fiato, contare lentamente fino a quattro, rilasciare l’aria lentamente e più che puoi, attendere un attimo sentendo la sensazione dei tuoi polmoni piacevolmente svuotati, contare qualche secondo e tornare nuovamente a fare un respiro profondo»

 

Tale passaggio è un ulteriore integrazione di varie tecniche che porta a porre l’attenzione sulla propria respirazione oltre che alla sensazione di polmoni pieni – polmoni vuoti. Vengono spesso inseriti termini quali “piacevolmente” per indurre tale sensazioni oltre che suggerire indirettamente che tale esercizio porterà ad uno stato di profondo benessere. Le ripetizioni come quelle presenti in questo passaggio sono molto utili per promuovere una focalizzazione attentiva verso il compito.

 

«E adesso che il tuo respiro è calmo e profondo, tranquillo, piacevole, possiamo continuare a percepire il resto del corpo, sentire dove si trova anche la schiena, dove poggia sulla poltrona, dove si trova il ventre, il torace, il collo, e anche la testa che sta sopra il collo»

 

Dopo aver posto l’attenzione sulla respirazione, si termina la fase strettamente legata alla percezione corporea focalizzando le restanti parti.

 

«Puoi sentire anche i muscoli del volto, come si siano rilassati da quando abbiamo iniziato l’esercizio, puoi sentire come gli occhi siano piacevolmente pesanti, sempre più piacevolmente pesanti, sempre più piacevolmente pesanti, come la fronte sia piacevolmente distesa, come anche le labbra e tutti i muscoli del volto siano piacevolmente distesi»

 

Suggerire che i muscoli del volto si siano rilassati da quando l’esercizio è iniziato induce di conseguenza proprio il rilassamento dei muscoli e può essere più rassicurante che chiedere direttamente di rilassare i muscoli, cosa che quando viene richiesta a volte provoca ansia, soprattutto in quei soggetti che non riescono nel compito oppure che ritengono di non riuscirci mai abbastanza. Allo stesso modo, può essere assai più rilassante suggerire di sentire gli occhi che “già sono pesanti”, così come la fronte e tutti i muscoli del volto distesi piuttosto che chiedere al soggetto di rilassarli. Tale tecnica modifica così l’approccio prettamente direttivo della gran parte delle tecniche di rilassamento dove al soggetto viene chiesto di fare qualcosa, passando invece a suggerire che qualcosa accada spontaneamente e quindi aggirando l’ansia legata al fatto che debba accadere perché l’esercizio sia ben fatto. Decade così la distinzione che spesso i soggetti sono portati a fare tra un esercizio di rilassamento fatto bene o meno, in quanto il messaggio che passa indica che qualsiasi cosa accada sarà la cosa giusta, in quanto il rilassamento è qualcosa che accade automaticamente.

 

 

«Adesso che tutto il tuo corpo è piacevolmente rilassato puoi iniziare ad immaginarti, continuando a tenere gli occhi chiusi, di avere di fronte a te uno specchio, che riflette la tua immagine. Guardi con gli occhi dell’immaginazione la tua immagine riflessa e vedi che è identica a te, è seduta come te, tranne che mentre te hai gli occhi chiusi, la tua immagine riflessa ha gli occhi aperti. Stai così, incuriosito e divertito, a guardare la tua immagine riflessa che è particolarmente calma e tranquilla, e vedi che la tua immagine guarda davanti a se un palloncino blu proprio davanti a lei; guarda questo palloncino che inizia lentamente e dolcemente a salire verso l’alto, verso il cielo, volteggiando, curvando, danzando nell’aria, fino a che anche la tua immagine riflessa chiude gli occhi»

 

Tale passaggio prende spunto da una tecnica suggerita da Granone (1989), estremamente funzionale per indurre stati di rilassamento molto profondi.

 

«E vedi il palloncino che sale sale, fino a che lentamente non scompare nel cielo blu che puoi immaginare di guardare, disteso sulla sabbia, al mare, in un piacevole giorno di estate»

 

In questo modo si passa da una tecnica più propriamente ipnotica all’immaginazione guidata che farà da sfondo a tutta la successiva parte di rilassamento. La sensazione di essere distesi sulla sabbia è qualcosa che solitamente è stato provato almeno una volta nella vita da ognuno e quindi facilmente richiamabile alla memoria. L’utilizzo del termine “piacevole”, come ogni termine di questa tecnica, non è causale ma piuttosto contribuisce ad indurre uno stato di benessere psicofisico essenziale sul quale poter innestare la restante parte dell’esercizio.

 

«Puoi sentire il piacevole rumore del mare in lontananza, il suono dei gabbiani, l’odore del mare, e puoi sentire la piacevole sensazione della sabbia sotto il tuo corpo, sotto la tua schiena»

 

Ad elementi di pura immaginazione quali il mare e i gabbiani si affianca una nuova forma di concentrazione sul proprio corpo, ovvero l’immaginarsi la sabbia sotto il corpo e sotto la schiena, elemento che porta nuovamente a focalizzarsi sulla propriocezione corporea.

 

«Puoi sentire come il tuo corpo preme sulla sabbia, immaginarti la forma che lascerai sulla sabbia quando ti alzerai. Puoi sentire come il tuo piede sinistro e la tua gamba sinistra premano sulla sabbia, puoi sentire proprio come la gamba e il piede lascino con il loro piacevole peso un segno sulla sabbia sottostante; puoi sentire come il tuo piede destro e la tua gamba destra premano sulla sabbia, puoi sentire proprio come la gamba e il piede lascino con il loro piacevole peso un segno sulla sabbia sottostante. E su su, puoi sentire anche come la tua mano sinitra preme sulla sabbia, il pollice, l’indice, il medio, l’anulare e il mignolo. Puoi sentire come anche il palmo della mano sinistra preme sulla sabbia, e su su anche il polso preme sulla sabbia, il braccio, il gomito, e anche l’avambraccio, su su fino alla spalla sinistra. E su su, puoi sentire anche come la tua mano destra preme sulla sabbia, il pollice, l’indice, il medio, l’anulare e il mignolo. Puoi iniziare anche a sentire come a mano a mano che riesci a sentire tutta la piacevole pesantezza del tuo corpo, il tuo corpo si è fatto sempre più rilassato e sempre più disteso. Puoi sentire come anche il palmo della mano destra preme sulla sabbia, e su su anche il polso preme sulla sabbia, il braccio, il gomito, e anche l’avambraccio, su su fino alla spalla destra. Adesso che senti con quanta piacevole forza gambe e braccia premono sulla sabbia, puoi cercare di percepire anche come il resto del corpo che preme sulla sabbia, la schiena, il collo, e anche la testa che preme piacevolmente e con tutto il suo peso sulla sabbia, segnando con il suo peso la propria forma sulla sabbia»

 

Tale esercizio è totalmente sovrapponibile all’esercizio della pesantezza di Schultz; a differenza di chiedere al soggetto di percepire astrattamente la pesantezza di ogni singola parte del suo corpo, compito soprattutto le prime volte assai complesso,viene utilizzato l’espediente di richiamare una sensazione nota, ovverosia il ricordo di come il proprio corpo lasci un segno sulla sabbia quando ne è disteso sopra. Mediante questa tecnica il soggetto è portato in maniera semplice e spesso molto piacevole a concentrarsi sulla pesantezza di ogni singola parte del suo corpo, aiutandosi con l’utilizzo della propria esperienza e nuovamente legata a ricordi spesso piacevoli. Si propone così un importante step del training autogeno di Schultz, l’esercizio della pesantezza, evitando nuovamente l’astrazione che spesso limita il soggetto nella riuscita dell’esercizio, del quale spesso vengono dichiarati problemi quali non sapere come potersi immaginare la pesantezza di ogni parte del corpo.

 

«Stando così, disteso sulla sabbia, puoi anche iniziare a sentire la piacevole sensazione del sole che scalda, piacevolmente, tutto il tuo corpo. Puoi sentire la piacevole sensazione del sole che scalda il piede sinistro, e su su la caviglia, il ginocchio e tutta la gamba sinistra. Puoi sentire anche la piacevole sensazione del sole che scalda il piede destro, e su su la caviglia, il ginocchio e tutta la gamba destra. Puoi anche iniziare a sentire come a mano a mano che senti il sole che scalda piacevolmente tutto il tuo corpo, il tuo corpo diventa sempre più piacevolmente calmo e rilassato. Puoi sentire così come il sole scalda piacevolmente la mano sinistra, il pollice, l’indice, il medio, l’anulare, il mignolo, il palmo della mano sinistra. Puoi sentire come il sole scalda piacevolmente anche il polso sinistro, il braccio, il gomito e l’avambraccio, su su fino alla spalla sinistra. Puoi sentire anche come il sole scalda piacevolmente la mano destra, il pollice, l’indice, il medio, l’anulare, il mignolo, il palmo della mano destra. Puoi sentire come il sole scalda piacevolmente anche il polso destro, il braccio, il gomito e l’avambraccio, su su fino alla spalla destra. Puoi sentire anche come il sole scalda piacevolmente tutto il resto del tuo corpo, l’addome, il torace, il collo»

 

Allo stesso modo del passaggio precedente e legato alla sensazione di pesantezza, con questo nuovo passaggio si propone lo step successivo del training autogeno di Schultz, ovvero l’esercizio del calore. Nuovamente, mentre spesso e soprattutto le prime volte può essere difficile per un soggetto percepire il calore del proprio corpo – e a volte alcuni soggetti non ci riescono nemmeno dopo un corso completo di training autogeno – diviene assai più semplice cercare di ricordare un’esperienza vissuta oppure che può essere assimilata a qualcosa di già provato: chi nemmeno una volta ha provato la sensazione di stare sdraiato mentre il sole lo scalda? L’esercizio del calore è uno dei più difficili del training autogeno di Schultz, dove spesso i soggetti incontrano i problemi più complessi; ad esempio è facile riscontrare differenze notevoli tra la percezione del calore per la parte sinistra del corpo rispetto a quella destra, forse anche legati alla fisiologia dell’apparato cardiocircolatorio. L’esercizio da noi proposto invece si presta bene a superare tale ostacolo.

 

«E puoi sentire come, mentre il sole scalda piacevolmente tutto il tuo corpo, una leggera e piacevole brezza estiva rinfresca piacevolmente la tua fronte. Mentre il sole scalda tutto il tuo corpo, una piacevole e leggera brezza estiva rinfresca piacevolmente la tua fronte, così che mentre il tuo corpo è piacevolmente caldo, la tua fronte è piacevolmente fresca»

 

Anche la tecnica della fronte fresca viene mutuata dal training autogeno tradizionale, ma nuovamente proposta in maniera più semplice da esperire: chi non ricorda la sensazione del vento sulla propria fronte?Viene inoltre marcata la percezione del contrasto caldo/fresco – nota bene, fresco e non freddo! – mediante l’immagine del sole che scalda il corpo mentre una piacevole brezza rinfresca la fronte.

 

«E mentre il tuo corpo è caldo e la tua fronte è piacevolmente fresca, puoi sentire come il sole scalda in particolare un punto del tuo corpo, che si trova esattamente due dita sopra l’ombelico; è un punto molto importante del tuo corpo, ricco di capillari, ricco di innervazioni, e puoi sentire quanto sia benefico e piacevole sentire il sole che scalda piacevolmente questo punto che si trova esattamente due dita sopra il tuo ombelico»

 

Si termina così la serie del training autogeno classico mediante la proposta dell’esercizio complementare del plesso solare, del quale non viene di proposito nominato il termine tecnico in quanto utilizzare tale termine spesso può disturbare e/o distrarre il soggetto dal compito. Riteniamo che sia assai più produttivo descrivere esattamente dove si trovi tale punto e suggerire che la sensazione già provata, ovvero quella di calore indotta dal sole, possa essere semplicemente focalizzata in questo punto.

 

«Ed è così che, mentre il tuo corpo preme piacevolmente sulla sabbia e mentre il sole scalda piacevolmente il tuo corpo, mentre una leggera brezza estiva rinfresca la tua fronte, stai così un giorno piacevole d’estate, disteso sulla sabbia ad ascoltare il suono dei gabbiani e il leggero rumore del mare in lontananza, godendoti ogni sfumatura di questa sensazione e pensando che potrai provare nuovamente questa sensazione ogni volta che vorrai, soltanto pensando a come si stia un giorno d’estate distesi sulla sabbia, pensando al rumore del mare e al suono dei gabbiani»

 

Si ripassa in questo modo tutta l’ultima parte dell’esercizio, con un linguaggio che continua a mantenere uno stile morbido e accogliente, rilassante di per sé. Viene inoltre suggerito che tale stato di benessere non scomparirà con il termine dell’esercizio ma che all’opposto potrà essere ripreso ogniqualvolta il soggetto ne senta il bisogno, inducendo così indirettamente il concetto che il soggetto stia imparando come gestire i propri stati di ansia e stress. In particolare, viene suggerito che il soggetto possa essere in grado anche da solo di riproporre tale esercizio, in maniera autogena.

 

«Ed è così che ti lascio per qualche secondo a godere di questa sensazione, assaporandone ogni dettaglio perché tu possa tornarci ogni volta che ne sentirai il bisogno»

 

[qualche minuto di silenzio]

 

Considerando che si tratta di una tecnica direttiva, e’ importante anche lasciare al soggetto uno spazio di riflessione e di consolidamento dell’esperienza; scegliere di farlo in questo momento finale ha il vantaggio  che il soggetto adesso è profondamente rilassato e in grado di stare con se stesso per qualche minuto.

 

 

«Adesso che siamo giunti verso la fine del nostro semplice esercizio, puoi iniziare mantenendo gli occhi chiusi a muovere nuovamente e molto lentamente ogni singola parte del tuo corpo, prendendoti tutto il tempo che vorrai, inziando a rimuovere i piedi… [si aspetta che li muova] le gambe…  le mani… le braccia… ed ogni parte del tuo corpo, aprendo soltanto da ultimo e quando ne avrai voglia gli occhi, per terminare questo nostro esercizio»

 

A differenza dell’esercizio della ripresa di altre tecniche di rilassamento sopra esposte, la nostra proposta di ripresa è più morbida e lascia molto spazio al soggetto, rispettandone tempi e modalità. L’esercizio da noi proposto è abbastanza lungo nei tempi di attuazione, e pertanto i soggetti spesso provano una discreta difficoltà – e a volte un gran dispiacere! – ad abbandonare tale stato di benessere; pertanto è importante lasciare per terminare questo esercizio un tempo che sarà il soggetto a stabilire; dopo alcuni minuti dalla proposizione di quanto sopra il tempo potrà comunque essere stretto mediante una guida più direttiva, ad esempio in tutti quei casi nei quali il soggetto ha difficoltà ad abbandonare l’esercizio.

 

Al termine dell’esercizio si discute con il paziente di tutte le sensazioni provate durante il corso di questo, delle sue sensazioni e delle emozioni provate e che ha in questo momento.

 

 

7. Conclusioni

 

La nuova tecnica da noi proposta rappresenta un tentativo di integrazione che prende spunto dalla pratica clinica. Piuttosto che un punto di arrivo, tale prima formulazione può rappresentare un punto di partenza ulteriormente da integrare e migliorare con altri contributi.

Alla base si pone una profonda riflessione sui fattori comuni presenti nelle varie tecniche di rilassamento esistenti e a discipline soprattutto orientali in grado di apportare significativi miglioramenti negli stati di stress cronico e di ansia. Gli esempi riscontrabili in letteratura sul training autogeno di Schultz, rilassamento progressivo di Jacobson, training autogeno respiratorio, esercizi e pratiche Yoga, esercizi di respirazione di vario genere, tecniche puramente cognitivo-comportamentali e molto altro ancora portano ad una profonda riflessione sui fattori comuni agli approcci effettivamente utili, conducendo alla fine verso il poter considerare gran parte di ciò più sovrapponibile o almeno simile negli obiettivi di quanto si possa ipotizzare a priori. Lo stesso Schultz definì la tecnica da lui ideata «Yoga occidentale» (Schultz, 1932) considerandolo diverso dalla disciplina orientale in quanto centrato sulla passività più che su un rilassamento di tipo attivo e che si avvalga di spunti meditativi e religiosi.

Possono essere riscontrate alcune analogie tra la tecnica qua proposta e la tecnica di focalizzazione di Wolfe (2005); in particolare, le due tecniche incontrano elementi in comune nell’attenzione prestata alla respirazione e per l’utilizzo in momenti successivi alla focalizzazione di immaginazioni guidate e create in base a quanto emerso dalla focalizzazione stessa.

Resta sottintesto che, come tutte le tecniche, non è detto che possa essere proposta a tutti i soggetti; a volte una tecnica più strutturata e che non faccia ricorso a fantasie guidate può essere più idonea, ad esempio in tutti quei casi dove si incontrano notevoli difficoltà di concentrazione oppure dove è importante trovare una tecnica da fare durante la giornata e ad esempio sul luogo di lavoro, dove il rilassamento progressivo o altre tecniche possono rappresentare un’alternativa più ragionevole.

La padronanza e l’utilizzo di una tecnica efficace per i disturbi d’ansia può rappresentare il primo stepdi una psicoterapia dove tale tecnica sostituisca l’iniziale approccio psicofarmacologico altrimenti spesso necessario se non altro per permettere al paziente di incontrare quella situazione favorevole per affrontare tutto ciò che comporta un percorso di tipo psicoterapeutico. Nei casi estremi tale iniziale approccio sintomatologico potrà avere come rapido effetto quello di permettere al paziente di giungere in seduta nonostante situazioni che limitano il rapporto con il mondo esterno, quali fobie legati all’uso dei mezzi di trasporto o all’uscita di casa. Inoltre un approccio così dato potrà rappresentare una possibilità per tutti quei pazienti che si oppongono a qualsiasi tipo di intervento psicofarmacologico, anche soltanto iniziale.

Eventuali future ricerche con campioni sperimentali e di controllo di idonea entità potranno dimostrare in maniera metodologicamente corretta l’utilità e i risultati derivanti dall’applicazione tale tecnica.

Concludendo e provando a metaforizzare il messaggio, possiamo dire che quando un paziente giunge a noi è perché da molto sul cruscotto nota la spia rossa dell’olio, e questa oramai non è più sopportabile; certamente la soluzione migliore sarebbe aprire il cofano con lui e controllare cosa sia accaduto nel motore, certo è che spesso una scatola di farmaci posta davanti alla spia può rappresentare un buon tentativo di concederci del tempo per controllare il motore con più calma, certo è che se il paziente impara il prima possibile come spengere momentaneamente tale spia sicuramente acquisirà fiducia e tranquillità per poter imparare, con noi, a controllare cosa ci fosse che non funzionava nel motore.

 

 

 

Riferimenti bibliografici

  

  • Bertolotti, G. (2005). Il rilassamento progressivo in psicologia. Teoria, tecnica, valutazione. Roma: Carocci
  • De Chirico, G. (1987). Training Autogeno - Tecnica di autorilassamento. Milano: Cde
  • Goldfien, A., & Ganong, W.F. (1962). Adrenal medullary and adrenal cortical response to stimulation of diencephalon. American Journal of Physiology, 02, 205-211.
  • Granone, F. (1989). Trattato di Ipnosi. Torino: Utet
  • Hoffmann, B. (1980). Manuale di Training Autogeno. Roma: Astrolabio Ubaldini
  • Jacobson, E. (1938). Progressive relaxation. Chicago: Univrsity of Chicago Press
  • Klaus, T. (1967). Praxis Der Selbsthypnose Des Autogenen Trainings. Stuttgart: Georg Thieme Verlag [Trad. it. Autoipnosi e Training Autogeno (2000). Roma: Edizioni Mediterranee]
  • Piscicelli, U. (1982). Training autogeno respiratorio e psicoprofilassi ostetrica. Padova: Piccin
  • Puglisi Allegra, S., & Cabib, S. (1991). Neurobiologia dello stress. Aggiornamento del medico, 15(1), 62-69.
  • Schultz, J.H. (1932). Das autogene Training (konzentrative Selbstentspannung) Versuch einer klinisch-praktischen Darstellung. Stuttgart: Thieme [Trad. it. Il training autogeno. Metodo di autodistensione da concentrazione psichica (1968). Milano: Feltrinelli]
  • Selye, H. (1936). A syndrome produced by diverse nocuous agents. Nature, 138, 32.
  • Timio, M. (1980). Stress e cardiopatie. Roma: Lombardo.
  • Wolfe, B. (2005). Understanding and Treating Anxiety Disorders: An Integrative Approach too Healing the Wounded Self. Washington, DC: A.P.A. [Trad. it. Trattamenti integrati per disturbi d’ansia (2007). Roma: Sovera]

Contatti

Dott. Manuele Matera
Psicologo Psicoterapeuta
Tel. 347 7594948
manuele.matera@gmail.com


Dott.ssa Chiara Giustini
Psicologa Psicoterapeuta
Tel. 329 7237166
chiara.giustini@gmail.com

Chiedi agli esperti

Mio figlio si distrae

Gentile Dott.ssa,
le espongo il mio problema.
Mio figlio, 1a elementare, a scuola non va male,  però inspiegabilmente alle volte viene a casa senza aver combinato anche quasi nulla magari nelle prime due ore.
Cioè, a volte non si capisce cosa abbia fatto e lui risponde: mi distraggo.
Ho fatto presente la cosa all’insegnante di italiano che, avendo più ore con lui, è quella per la quale si verifica di più il problema, e dice  che è solo una questione di tempo, che si sveltirà. I voti sono buoni, le insegnanti sono contente, e poi sulle verifiche sembra concentrarsi in modo veramente inusuale per lui. Ha imparato a leggere prima di altri.
A casa poi non ne parliamo, la lentezza è estrema… soprattutto con noi genitori, sembra vivere in un altro mondo… faccia conto che io dalle 16 in poi sono sempre a casa, ma lo devo continuamente minacciare… e non va avanti anche se ha poca roba da fare… se ne ha tanta poi si spaventa del carico di lavoro! Insomma una lotta… continua.
Per il resto, a parte essere figlio unico, è un bambino socievole che cerca sempre  compagnia (ha già molti amichetti che vengono a casa o viceversa)… alzerebbe sempre la voce però… lo richiamo spesso… comunque a parte questo mamme e insegnanti mi dicono che è un bambino educato.
Grazie per qualsiasi consiglio.

Leggi tutto...

Free Joomla! template by L.THEME